reportage

Ok, siamo d’accordo: viviamo nell’era dei social network, del “tnx for sharing” e dei “like”.

Tutti questi ninnoli tecnologici che ci circondano sono belli, spesso luccicano pure.

Non mi reputo né superiore, né voglio giudicare. Ma ragionare, sì.

Ogni giorno apro Facebook, per abitudine, per dipendenza, per comunicare (e il fatto che sia venuta al mio cervello solo come terza opzione già la dice lunga), per scoprire, per giocare. Ci sono notizie interessanti, gattini bellissimi dei quali resto ogni giorno innamorata e mille foto da vedere, soprattutto in questi giorni. Sorvolando sulle foto al cibo, che ho sempre sopportato male, mi chiedo quale sia l’utilità di alcune altre foto, che nel mio cervello ho nominato “reportage”. Sono quelle foto che so, di una sedia mezza rotta, di un angolo di tovaglia strappata, di un piatto rovesciato, e chi più ne ha più ne metta. Sono foto che hanno valore solo per chi le mette, per chi ha vissuto il momento, per quell’attimo in cui il nostro sguardo ci si è soffermato e ci ha fatto rendere conto della cosa “fuori dal normale”.

Non sono mai stata una grande fotografa, non mi reputo poetica nelle immagini, ma ammetto che mi piacciono molto e, quindi, vedere uno strumento così ingegnoso usato per cose insulse mi rende nervosa. Ma proprio un sacco. Vorrei togliere il bottoncino “crea nuovo album” a questa gente e sostituirlo con “sei sicuro che ne valga la pena di mettere in un luogo pubblico foto che non hanno alcun senso?”. Sì. Col punto interrogativo dentro le virgolette.

Ok alla condivisione, ok a tutto, ok a “sul-mio-diario-ci-metto-quello-che-mi-pare-e-se-non-ti-interessa-puoi-evitare-di-guardarlo”. Però, cribbio. Un po’ di buongusto.

Adesso, ragazzi, mi raccomando: condividete.

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stop

Siamo arrivati a Santo Stefano. È il momento del bilancio.
Non è stato un natale semplice. Non mi sono accorta che stesse arrivando,non ho speso un mese per cercare i regali,non mi sono preparata.È arrivato e basta,senza troppo preavviso né tanti convenevoli.

Come ogni anno si è discusso, riso,sparlato e giocato. Mi rendo conto che i miei genitori invecchiano e che ogni anno siamo sempre più io e mia sorella a preparare e tenere l’ordine. Mi rendo conto che mia nonna riesce a malapena a leggere i numeri della tombola e che, fondamentalmente, non ne ha più moltissima voglia. È stato un Natale un po’ sottotono. A partire dall’albero che ho fatto di notte senza mia sorella.

Forse è così che succede quando si cresce.

Ma mi piace sempre. Perché comunque ora vado a scegliere le cartelle e sbucciare i mandarini, pronta a sentire un numero dopo l’altro scorrere noncurante come il corso degli anni.

E un po’ mi viene da sorridere.

exit

Uscita, una me ne serve.

Allora penso solo alle parole, che mi hanno costretto a me stessa nel tempo.

Penso che non so più scrivere, che non so più guardare.

Forse, non so nemmeno più pensare.  Mi costringo.