trasporto pubblico

Gli occhi degli altri.

Agli occhi degli altri siamo mille cose. Per i ragazzini in autobus,sono una signora con la borsa e la faccia lunga. Mi viene da sorridere ai loro discorsi, che sono gli stessi che facevamo noi da ragazzi: “dopo la maturità prendo un anno sabbatico e vado a londra a lavorare” “se poi l’università non mi piace?” “Non offendere gli obesi” ( beccatevi sto easter egg di amore universale). Io li guardo e vedo gli stereotipi del mio liceo:la trasgressiva, che trascina, con loro piacere, la brava ragazza e la mediocre che però non è del tutto sfigata. E poi c’è il fratellino della brava ragazza che sbava sulla trasgressiva, che a sua volta affina con lui le pratiche di acchiappo che sfoggerà appena possibile col primo bagnino disponibile (le spezzerà il cuore, e lei diventerà o una che non la da mai, o una che la svende).

La signora anziana mi guarda come io guardo i ragazzini, solo con un pizzico di malinconia in più, perché, se io ho ancora molto da fare, lei sa che non ha molte opzioni future. Il rispetto che mi legge in faccia lo apprezza e lo soffre. In silenzio, come le hanno insegnato a fare. Forse me lo direbbe : “sbrigati a vivere, che poi passa”,ma si morde la lingua piuttosto che essere indiscreta.

autumn

come le foglie che cadono senza senso, così io godo della visione di te, appagata dal mancare del tuo tocco.
così come le mani che non ti corrono addosso sentono il calore del tuo corpo, così io vorrei scriverti cose che non riesco a capire.

nel tuo silenzio mi perdo.

voglio volteggiare con te alla ricerca di foglie cadenti.

sottofondo consigliato: https://www.youtube.com/watch?v=D3gzO85ytes

moon

A: mi fa paura. mi vien voglia di scrivere.

della solitudine della luna, condannata a guardare la terra, avvicinandosi, allontanandosi

come in un balletto di forza infinito che non ha senso

che finisce nel giorno di un mondo e nasce nella notte di un altro

senza fine, perché lei può vedere solo la notte, rincorrendo il giorno come fosse una chimera pazza

B: fallo, mentre io suono il piano

A: l’altra faccia della luna, quella che nessuno mai vede, com’è?

B: dark

A: magari è piena di fiori, in quel buio,

magari,come un bambino che non sa giocare con gli altri è scura, ma solo per protezione

magari è solo stanca di essere messa al buio, magari vorrebbe solo un poco di luce

e nella stanchezza della corsa rimane scura.

come innervosita.

come ormai disciplinata dalla mancanza

come infinitamente sentimentale

prosody

prosodia

1. Definizione

Tradizionalmente prosodia è un termine della metrica classica, dove designa lo studio del verso (gr. prosōidía «accento, modulazione della voce», comp. di prós«accanto» e ōidḗ «canto»). Inizialmente indicante le scelte relative all’ordine delle parole nel canto, il termine venne poi utilizzato dai latini per riferirsi agli aspetti inerenti all’accentazione e alla quantità delle sillabe. Oggi si usa per le regole della versificazione che concernono aspetti fonetici, come accento e rima.

Ogni atto umano ha una sua prosodia. C’è quella degli inizi, allegra. C’è quella del vivere, semplice e chiara. C’è quella della fine.

Come vuole la retorica ho lasciato quella che ritengo più interessante alla fine – suspense, claro que si.

La prosodia della fine ha sfumature di grigio e di sangue, come se ogni atto che facessimo non si andasse ad iscrivere in un dato corollario di azioni. L’intonazione dei gesti singhiozza, scolpita a piccoli colpi nella lastra che farà da pietra tombale.

C’è chi alla fine sospira, c’è chi alla fine urla. c’è chi alla fine muore lasciando indietro solo pezzetti di sé.

Come per ogni parola detta, non si può giudicare un’intonazione. Non si può fare una classifica: ogni atto ha la sua intrinseca perfezione. Ne ho vissute un po’ di tutti i tipi, quelle arrabbiate, quelle tristi, quelle liberatorie. E ne ho viste vivere di molti altri tipi.

Non riesco a cogliere più di questo, più di questa evanescente follia dell’animo che si stacca da qualcosa, un’idea, un gesto, un vissuto, una persona, un animale, una dipendenza.

Per natura sono portata a pensare che la fine è sempre la fine. E che per quanto grigia sia, è sempre definitiva.

E per natura mi trovo a combattere con questo come se ne andasse ogni volta di qualcosa di troppo grande, ritrovandomi solo con pezzi. cenere. dolore.

La prosodia della fine ha una dolcezza intrigante. Porta con se la gioia dell’inizio e la consuetudine del mezzo. E poi, finisce.

moon

come si fa a non amarlo?

avrei anche qualcosa da scrivere, ma per il momento non ce la faccio.
i pensieri si accavallano nervosi, se i calci avessero un nome più grazioso, lo userei per descrivere quello che mi passa per la testa.

another

da qualche giorno sono fissata con una canzone: Another Love di Tom Odell. Ve la metto qui, prima di iniziare.

la canzone è delicatamente struggente, non c’è bisogno che io stia qui a spiegarvelo.

l’idea di amare qualcuno pur non potendo emozionarsi abbastanza perché si sente di aver già dato tutto per qualcun altro è una cosa semplicemente chiaramente ingestibile.

è da anni che mi chiedo a cosa ruotino intorno i rapporti. tutti, eh.

non ci credo più a ‘sta cosa dei sentimenti.

spiegatemi perché in nome di belle cose riusciamo ad essere irreprensibilmente crudeli, instancabilmente egoisti. dai, su. vi voglio proprio vedere arrovellarvi le cervella.

spiegatemi perché non riusciamo a trattenerci dal distruggere.

in quale piega dell’essere ristagna la voglia di non essere soli a discapito degli altri?

a questo punto mi viene in aiuto un’altra cantante (strafiga, converrete con me) inglese.

Been thinking ’bout the little thing you said, (ti amo, ndr)
Doesn’t sink in, and you fought above my head (eh.)
‘Cause I’m scared, I can’t lie (deo Gratias)
I don’t feel the same inside (fatte ‘na domanda e datte ‘na risposta)
I can’t decide if I have the heart to confess (sei ‘n pochetto stronza, no?)
And I don’t think I’m ready
To take go in this heavy
I thought we would take it slow
And now you got that feelin’,
You say that you mean it
But for me, I just don’t know
(blablablabla)
Ooh, Ooh, Ooh
I can’t see it, I don’t feel it
(se lo sai te, stiamo a posto.)
I need to dig a little deeper

ENNÓ, cazzo, ENNÓ

questo meraviglioso schemino per dire una semplice cosa. non si può.

o lo senti o no.

voglio capire cosa cercani tutti di fare, dirsi, dimostrare, trovare?

giuro che non è retorica e che me lo chiedo.

vabeh il post sarà inutile, ma vi ho fatto conoscere due canzoni carucce.

deactivate

mi sono messa col puntatore sulla frase “deactivate your account” di facebook.
mi sono stufata di perderci tempo, ma intancabilmente e inspiegabilmente continuo a farlo.
mi sono detta che mi sentirei più libera.
mi sono detta che avrei il tempo per pensare alle cose più importanti.

leggere. studiare. scrivere. pensare. fare l’uncinetto. leggere di narrativa. uscire di più. produrre di più. carezzare gatti invece di guardarli. rendere interessante il mondo che mi vive dentro. vedere il mondo fuori più interessante perché frutto di una ricerca voluta e non di un vomito blu-grigio-bianco creato inconsapevolmente da tutti i miei contatti.

e non ce l’ho fatta. non ci sono riuscita a staccare.

perché penso alle cose positive, drogata, come quando ci si lascia con qualcuno, di bei ricordi, di obblighi sociali, di interazioni interessanti. 

mi sento in trappola, sapendo di essermici messa.