trasporto pubblico

Gli occhi degli altri.

Agli occhi degli altri siamo mille cose. Per i ragazzini in autobus,sono una signora con la borsa e la faccia lunga. Mi viene da sorridere ai loro discorsi, che sono gli stessi che facevamo noi da ragazzi: “dopo la maturità prendo un anno sabbatico e vado a londra a lavorare” “se poi l’università non mi piace?” “Non offendere gli obesi” ( beccatevi sto easter egg di amore universale). Io li guardo e vedo gli stereotipi del mio liceo:la trasgressiva, che trascina, con loro piacere, la brava ragazza e la mediocre che però non è del tutto sfigata. E poi c’è il fratellino della brava ragazza che sbava sulla trasgressiva, che a sua volta affina con lui le pratiche di acchiappo che sfoggerà appena possibile col primo bagnino disponibile (le spezzerà il cuore, e lei diventerà o una che non la da mai, o una che la svende).

La signora anziana mi guarda come io guardo i ragazzini, solo con un pizzico di malinconia in più, perché, se io ho ancora molto da fare, lei sa che non ha molte opzioni future. Il rispetto che mi legge in faccia lo apprezza e lo soffre. In silenzio, come le hanno insegnato a fare. Forse me lo direbbe : “sbrigati a vivere, che poi passa”,ma si morde la lingua piuttosto che essere indiscreta.

moon

A: mi fa paura. mi vien voglia di scrivere.

della solitudine della luna, condannata a guardare la terra, avvicinandosi, allontanandosi

come in un balletto di forza infinito che non ha senso

che finisce nel giorno di un mondo e nasce nella notte di un altro

senza fine, perché lei può vedere solo la notte, rincorrendo il giorno come fosse una chimera pazza

B: fallo, mentre io suono il piano

A: l’altra faccia della luna, quella che nessuno mai vede, com’è?

B: dark

A: magari è piena di fiori, in quel buio,

magari,come un bambino che non sa giocare con gli altri è scura, ma solo per protezione

magari è solo stanca di essere messa al buio, magari vorrebbe solo un poco di luce

e nella stanchezza della corsa rimane scura.

come innervosita.

come ormai disciplinata dalla mancanza

come infinitamente sentimentale

moon

come si fa a non amarlo?

avrei anche qualcosa da scrivere, ma per il momento non ce la faccio.
i pensieri si accavallano nervosi, se i calci avessero un nome più grazioso, lo userei per descrivere quello che mi passa per la testa.

another

da qualche giorno sono fissata con una canzone: Another Love di Tom Odell. Ve la metto qui, prima di iniziare.

la canzone è delicatamente struggente, non c’è bisogno che io stia qui a spiegarvelo.

l’idea di amare qualcuno pur non potendo emozionarsi abbastanza perché si sente di aver già dato tutto per qualcun altro è una cosa semplicemente chiaramente ingestibile.

è da anni che mi chiedo a cosa ruotino intorno i rapporti. tutti, eh.

non ci credo più a ‘sta cosa dei sentimenti.

spiegatemi perché in nome di belle cose riusciamo ad essere irreprensibilmente crudeli, instancabilmente egoisti. dai, su. vi voglio proprio vedere arrovellarvi le cervella.

spiegatemi perché non riusciamo a trattenerci dal distruggere.

in quale piega dell’essere ristagna la voglia di non essere soli a discapito degli altri?

a questo punto mi viene in aiuto un’altra cantante (strafiga, converrete con me) inglese.

Been thinking ’bout the little thing you said, (ti amo, ndr)
Doesn’t sink in, and you fought above my head (eh.)
‘Cause I’m scared, I can’t lie (deo Gratias)
I don’t feel the same inside (fatte ‘na domanda e datte ‘na risposta)
I can’t decide if I have the heart to confess (sei ‘n pochetto stronza, no?)
And I don’t think I’m ready
To take go in this heavy
I thought we would take it slow
And now you got that feelin’,
You say that you mean it
But for me, I just don’t know
(blablablabla)
Ooh, Ooh, Ooh
I can’t see it, I don’t feel it
(se lo sai te, stiamo a posto.)
I need to dig a little deeper

ENNÓ, cazzo, ENNÓ

questo meraviglioso schemino per dire una semplice cosa. non si può.

o lo senti o no.

voglio capire cosa cercani tutti di fare, dirsi, dimostrare, trovare?

giuro che non è retorica e che me lo chiedo.

vabeh il post sarà inutile, ma vi ho fatto conoscere due canzoni carucce.

deactivate

mi sono messa col puntatore sulla frase “deactivate your account” di facebook.
mi sono stufata di perderci tempo, ma intancabilmente e inspiegabilmente continuo a farlo.
mi sono detta che mi sentirei più libera.
mi sono detta che avrei il tempo per pensare alle cose più importanti.

leggere. studiare. scrivere. pensare. fare l’uncinetto. leggere di narrativa. uscire di più. produrre di più. carezzare gatti invece di guardarli. rendere interessante il mondo che mi vive dentro. vedere il mondo fuori più interessante perché frutto di una ricerca voluta e non di un vomito blu-grigio-bianco creato inconsapevolmente da tutti i miei contatti.

e non ce l’ho fatta. non ci sono riuscita a staccare.

perché penso alle cose positive, drogata, come quando ci si lascia con qualcuno, di bei ricordi, di obblighi sociali, di interazioni interessanti. 

mi sento in trappola, sapendo di essermici messa.

 

track

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L’inglese ha un dono che mi intriga sempre: la polisemia.

Non che l’italiano ne manchi, beninteso, ma la lingua di Shakespeare è veramente un passo avanti.

Verbo, soggetto, aggettivo. Tutto in una parola.

Che poi è un po’ come gli esseri umani. Protagonisti, registi, coprotagonisti. Tutto in uno.

Oggi riparto. Ho già prenotato il mio viaggio per novembre prossimo, nel quale sarò di nuovo a Parigi.

Oramai è diventata un’abitudine, un passo di danza conosciuto, un susseguirsi di emozioni che si ripete, con sfumature diverse, ma con lo stesso leitmotiv.

Contenta di tornare, triste di partire, Lasciare e ritrovare. Abituarsi a malapena per poi tornare nel conosciuto, che però non è più esattamente lo stesso.

Guardare avanti alle cose da fare. indietro solo passi. Avanti c’è sempre da correre.

OT: ieri sera sono andata all’Institut du Monde Arabe a vedere “L’Armée du Salut“. un film un po’ lento, ma che illustra una realtà assai complessa, ignorata, ma anche poetica.

soliloque

Da quando sono arrivata a Parigi mi sono trovata sola con tanti pensieri, un soliloquio interiore che pesa. È come un dibattito eterno.

Ho ricominciato a non dormire molto. Cammino tanto, invece.

Come se piantonassi il limite del palco mentre parlo. I pensieri non si rincorrono, i pensieri si sfidano, guardandosi l’un l’altro in un continuo sforzo di solitudine.

nopanic