variations

Glenn Gould, da vedere al pianoforte è abbastanza un rebus.

Lo vedi, con la sua seggiolina tagliata, quelle mani che, non si sa come, non si intralciano con il suo viso, mentre le labbra si muovono come fanno quelle di un ignorante in musica, come potrebbero fare le mie mentre cerco di seguire una musica che ascolto, nel tentativo inutile di farla mia.

Le Variazioni Goldberg sono, da profana, un po’ toste da seguire. Ma sto cercando di fare un esercizio e dedicarmi all’ascolto di musica, come se sentissi che fa bene al mio cervello intasato. Insomma cerco di beneficiare dell’effetto Mozart, per quello che può valere.

Gould sembra un bambino, che scopre di poter creare, alla sua altezza, suoni con uno strumento enorme, che suona sotto le sue manine inesperte, non è scontato, non è univoco, non crea per se, crea per quello che ha. Una nota dopo l’altra, senza perdersene una, in un esercizio che rasenta la sublimazione. È tenero vedere come si piega, è unico sentire, oltre al suono, un bisbigliare, che alla fine entra a far parte dell’opera, come fosse una partitura non scritta, un elemento soprasegmentale che non cambia il significato, ma gli dona una profondità diversa.

La pazzia umana è una ricchezza, senza dubbio. Né il più timido dei timidi, né il più estroverso degli estroversi hanno qualcosa da perdere ad essere come sono. Spesso ci troviamo a dover venire a patti con gli altri, a cambiarci un po’, perché “per stare insieme” bisogna limarci, zittirci, o migliorarci, ingrandirci. Nudi non andiamo bene, dobbiamo vestirci di quello che ci sta intorno. Il folle, sin dalle favole che ci raccontano da bambini, è il nudo, il fuori dagli schemi, che, però, guardampo’, vede gli altri più chiaramente.

Gould oggi mi ha fatto riscoprire che nudi andiamo bene comunque.

E quegli ultimi sette minuti sono infiniti. Una passione, un ultimo vezzo di follia.

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dough

c’è una morbidezza che ti tieni dentro per certe persone, un mondo piccolo che c’è e che accoglie quella persona, come la pasta di pane, calda, morbida, che quando ci metti il dito dentro si piega, accoglie senza remore, senza paura, lasciando pezzetti a quel dito che un po’ la infrange, un po’ la tenta, un po’ la smuove ed un po’ la intacca.

allo stesso tempo però non si può lamentare l’impasto, perché è la sua natura essere così, ed allora non puoi far altro che accogliere la morbidezza che ti porti dietro, come una enorme fonte di ricchezza.

fragilità fatte di piccoli impasti scoperti, lacrime che poi, in fondo ti scaldano e ti fanno capire che non c’è valore nelle cose che non hanno senso, mentre tutto il valore lo accolgono le cose che ti distruggono, che ti rendono vulnerabile, che ti fanno piccolo in confronto al mondo, che ti fanno capire che il domani esiste nell’ottica di un oggi vissuto e passato, nel sentire che le persone ti restano dentro finché e quando tu lo vuoi.

che poi ‘sta cosa della perdita è una grande inculata. perché tanto le persone le perdi sempre e comunque, e quindi è tanto meglio tenersele dentro per non perderle.

la dolcezza che mi porto dentro è riservata alle persone che mi hanno toccato profondamente, a quelle che mi hanno fatto cambiare, a quelle che nonostante tutto il dolore che mi hanno provocato -senza volerlo, senza saperlo, senza riuscire ad evitarlo- mi hanno amato, e fatto parte della mia vita in maniera indescrivibile.

sono quelle le persone per le quali verso lacrime di sangue dolci come miele.

sickness

Certo che quando stai non proprio benissimo fisicamente il mondo acquista un nuovo (dis)ordine.

Ho mal di gola. Sorvolerei sui motivi che mi hanno portato ad averlo e vi consiglierei solo di coprirvi la gola ed il petto mentre scendete in bicicletta a 50 km/h da un maledetto colle pescarese che vi ha fatto vedere la Madonna mentre lo salivate.

Quando ho mal di gola faccio più o meno sempre le stesse, collaudate, familiari cure: propoli, miele, sciroppo/intruglio di mamma con mela renetta e frutta varia e sciarpe smisurate. Sì, lo so, dicono che le sciarpe non vanno portate, ma a me piacciono.

La cosa brutta è che mi prende talmente tanto male il fatto di parlare con difficoltà, che allora mi trovo a ragionare sull’inutilità della comunicazione verbale. Ci siamo tutti troppo abituati: telefono, prendiamoci un caffè, sentiamoci su skype, whatsappiamoci, mandiamoci le mail, i messaggi su fb e compagnia bella. Però cheppalle. Io a malapena mi sopporto da sola, figuriamoci se ho voglia di parlare col resto del mondo.

Sì, che poi vabbeh, sto scrivendo un post sul mio blog, quindi è tutto un po’ ossimorico. Perdonatemi lo sfogo.

habits

think-book-shadows

Sembra quasi che io non riesca più a pensare.

Seguire fili logici mi pare un grande sforzo,  tenere i pensieri a bada, un’azione quasi impossibile.

Cerco di ricordarmi di quando ero una studentessa modello, e studiavo 8 ore al giorno, con una attenzione quasi costante ed una resa altissima. A volte attribuisco il calo di attenzione all’avanzamento di età, insomma, non ho più 18-pochissimi-decisamente-pochissimi-anni, però è vero che non ne ho nemmeno 80. Quindi poi mi giro nei pensieri e cerco di rispondere a domande più semplici, tipo: “cosa facevo quando avevo quella soglia così alta di attenzione? e cosa NON facevo?”
A quel punto la risposta è talmente chiara che quasi mi vergogno a non averci pensato prima e a non volerlo ammettere ora.

Prima non ero attaccata al pc 10 ore al giorno. Studiavo sui libri, e non esisteva Facebook, Twitter, Whatsapp, Viber e le serie in streaming. Prima, se uscivo, uscivo il sabato ed il venerdì, e quando avevo tempo libero mi mettevo con calma a leggere un libro, senza trascinarmi titoli su titoli per mesi e mesi, disegnavo, mi lanciavo in progetti utopici di costruzione, cucivo, ricamavo, staccavo la spina. Prima quando aprivo internet era per controllare la posta elettronica, che era un po’ come scendere le scale per andare a controllare la cassetta della posta cartacea, prendeva 5 minuti, e se la casella era vuota, tanto meglio. Prima aprire un browser aveva un fine, e non era un mezzo. Prima non ero schiava del divertimento, me lo creavo. Prima non ero dipendente dalle notifiche, e quando mi arrivava un sms mi capitava di non leggerlo per ore, e nessuno si offendeva se prendevo il mio tempo per rispondere. Perché ragionare era ammesso.

Era ammesso prendersi del tempo per sé, senza dover render conto agli altri (e per questo vi rimando a zerocalcare, che ha spiegato quello che sento in maniera semplicemente fantastica).

Adesso non starò qui a far l’elogio della cultura anni ’90, del citofono e dello squilletto, perché  – siamo sinceri- ci stava sul cazzo pure quello, e anche perché se non fossimo nell’era di Facebook&Co. non conoscerei un mare di persone fantastiche (leggi #salvaiciclisti ). Voglio solo dire che non mi va più di vivere in un mondo così: virtuale, debole, invadente.

Adesso, scusatemi, vado, che m’è arrivata ‘na notifica.

reverse

Amo andare dritta, amo andare forte.

Non mi piace eccessivamente fermarmi o guardare indietro.

Però, poi, a volte devi farlo per forza, perché non è sano lasciar andare le cose per poi scordarsele.

longing

A volte, senza troppi motivi, vorrei teletrasportarmi a Parigi. Non per la città in sé, ma per come mi sento quando ci vivo. Mi ci sento forte, mi ci sento piena, e, pensandoci bene, anche più bella.

Mi piace perdermi tra i palazzi grigi, girare per quello che rimane dei vicoli e mi piace sedermi da sola in un caffè. Qui a Roma non lo faccio. Non so il motivo. Non ne trovo il coraggio, mi sentirei sola, perché sono circondata da persone che conosco e che in generale mi vogliono bene. Allora mi dico che “Vabeh stasera sto a casa, poi domani esco e vedo (inserire nome/i random di amico/a/i)”.

A Roma non ho il coraggio di essere sola.

Mi chiedo se sia così per tutti, se anche gli altri trovino il coraggio più facilmente quando sono lontani da casa per poi perdere lo slancio quando ritornano nel loro nido.

Che poi, se uno ci pensa, è una cosa decisamente cretina, perché essere soli, intraprendenti, avere slanci, è molto più semplice da fare sapendo di avere una rete di salvataggio vicina, piuttosto che a 2000km da casa.

Boh, vabbeh. Comunque stasera, se fossi stata a Parigi, me ne sarei andata a vedere la Senna, che per la cronaca è una cosa bellissima.

senna

At a glance

C’è bastato poco.

E dopo, poi, non ci ho potuto far molto.

Poi, dopo, ti svegli. E quel momento in cui lo fai non è che sia esattamente piacevole. Non vuoi vedere, non vuoi lasciar andare.

Senti che brucia, senti già che probabilmente non finirà bene, ma ti tuffi nelle pieghe degli esseri che incontri quando apri gli occhi. Non sai bene che odore abbiano, ma ti ci butti come se per respirare dovessi soffocare.

Non vuoi sapere dove finirai, perché tanto ne hai paura ugualmente, ne hai paura come se averne paura facesse parte del processo, perché cambiare fa sempre paura.

Però, in un attimo sai che devi perché non puoi più negare. Non vuoi negare che ti piaccia venire soffocata dalle cose che ti circondano, sentendo ogni volta che le fai avvicinare, la vita che scorre via. E poi torna, quando loro decidono, mani enormi, mani delle persone che ti sono davanti, mani di esseri ai quali ti dai cercando espressamente il dolore e poi il piacere della rinascita.

Ti piace lasciare, in quelle persone, te. Come un memo del tuo controllo, ti lasci andare e finalmente ti perdi.

Nella luce più bianca. Nella notte più buia. In ognuno degli eccessi che esistono.

Perché sai che solo in quegli eccessi trovi una parte dei tuoi, come un richiamo lontano di disappunto.

reportage

Ok, siamo d’accordo: viviamo nell’era dei social network, del “tnx for sharing” e dei “like”.

Tutti questi ninnoli tecnologici che ci circondano sono belli, spesso luccicano pure.

Non mi reputo né superiore, né voglio giudicare. Ma ragionare, sì.

Ogni giorno apro Facebook, per abitudine, per dipendenza, per comunicare (e il fatto che sia venuta al mio cervello solo come terza opzione già la dice lunga), per scoprire, per giocare. Ci sono notizie interessanti, gattini bellissimi dei quali resto ogni giorno innamorata e mille foto da vedere, soprattutto in questi giorni. Sorvolando sulle foto al cibo, che ho sempre sopportato male, mi chiedo quale sia l’utilità di alcune altre foto, che nel mio cervello ho nominato “reportage”. Sono quelle foto che so, di una sedia mezza rotta, di un angolo di tovaglia strappata, di un piatto rovesciato, e chi più ne ha più ne metta. Sono foto che hanno valore solo per chi le mette, per chi ha vissuto il momento, per quell’attimo in cui il nostro sguardo ci si è soffermato e ci ha fatto rendere conto della cosa “fuori dal normale”.

Non sono mai stata una grande fotografa, non mi reputo poetica nelle immagini, ma ammetto che mi piacciono molto e, quindi, vedere uno strumento così ingegnoso usato per cose insulse mi rende nervosa. Ma proprio un sacco. Vorrei togliere il bottoncino “crea nuovo album” a questa gente e sostituirlo con “sei sicuro che ne valga la pena di mettere in un luogo pubblico foto che non hanno alcun senso?”. Sì. Col punto interrogativo dentro le virgolette.

Ok alla condivisione, ok a tutto, ok a “sul-mio-diario-ci-metto-quello-che-mi-pare-e-se-non-ti-interessa-puoi-evitare-di-guardarlo”. Però, cribbio. Un po’ di buongusto.

Adesso, ragazzi, mi raccomando: condividete.

stop

Siamo arrivati a Santo Stefano. È il momento del bilancio.
Non è stato un natale semplice. Non mi sono accorta che stesse arrivando,non ho speso un mese per cercare i regali,non mi sono preparata.È arrivato e basta,senza troppo preavviso né tanti convenevoli.

Come ogni anno si è discusso, riso,sparlato e giocato. Mi rendo conto che i miei genitori invecchiano e che ogni anno siamo sempre più io e mia sorella a preparare e tenere l’ordine. Mi rendo conto che mia nonna riesce a malapena a leggere i numeri della tombola e che, fondamentalmente, non ne ha più moltissima voglia. È stato un Natale un po’ sottotono. A partire dall’albero che ho fatto di notte senza mia sorella.

Forse è così che succede quando si cresce.

Ma mi piace sempre. Perché comunque ora vado a scegliere le cartelle e sbucciare i mandarini, pronta a sentire un numero dopo l’altro scorrere noncurante come il corso degli anni.

E un po’ mi viene da sorridere.

exit

Uscita, una me ne serve.

Allora penso solo alle parole, che mi hanno costretto a me stessa nel tempo.

Penso che non so più scrivere, che non so più guardare.

Forse, non so nemmeno più pensare.  Mi costringo.