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L’inglese ha un dono che mi intriga sempre: la polisemia.

Non che l’italiano ne manchi, beninteso, ma la lingua di Shakespeare è veramente un passo avanti.

Verbo, soggetto, aggettivo. Tutto in una parola.

Che poi è un po’ come gli esseri umani. Protagonisti, registi, coprotagonisti. Tutto in uno.

Oggi riparto. Ho già prenotato il mio viaggio per novembre prossimo, nel quale sarò di nuovo a Parigi.

Oramai è diventata un’abitudine, un passo di danza conosciuto, un susseguirsi di emozioni che si ripete, con sfumature diverse, ma con lo stesso leitmotiv.

Contenta di tornare, triste di partire, Lasciare e ritrovare. Abituarsi a malapena per poi tornare nel conosciuto, che però non è più esattamente lo stesso.

Guardare avanti alle cose da fare. indietro solo passi. Avanti c’è sempre da correre.

OT: ieri sera sono andata all’Institut du Monde Arabe a vedere “L’Armée du Salut“. un film un po’ lento, ma che illustra una realtà assai complessa, ignorata, ma anche poetica.

soliloque

Da quando sono arrivata a Parigi mi sono trovata sola con tanti pensieri, un soliloquio interiore che pesa. È come un dibattito eterno.

Ho ricominciato a non dormire molto. Cammino tanto, invece.

Come se piantonassi il limite del palco mentre parlo. I pensieri non si rincorrono, i pensieri si sfidano, guardandosi l’un l’altro in un continuo sforzo di solitudine.

nopanic

variations

Glenn Gould, da vedere al pianoforte è abbastanza un rebus.

Lo vedi, con la sua seggiolina tagliata, quelle mani che, non si sa come, non si intralciano con il suo viso, mentre le labbra si muovono come fanno quelle di un ignorante in musica, come potrebbero fare le mie mentre cerco di seguire una musica che ascolto, nel tentativo inutile di farla mia.

Le Variazioni Goldberg sono, da profana, un po’ toste da seguire. Ma sto cercando di fare un esercizio e dedicarmi all’ascolto di musica, come se sentissi che fa bene al mio cervello intasato. Insomma cerco di beneficiare dell’effetto Mozart, per quello che può valere.

Gould sembra un bambino, che scopre di poter creare, alla sua altezza, suoni con uno strumento enorme, che suona sotto le sue manine inesperte, non è scontato, non è univoco, non crea per se, crea per quello che ha. Una nota dopo l’altra, senza perdersene una, in un esercizio che rasenta la sublimazione. È tenero vedere come si piega, è unico sentire, oltre al suono, un bisbigliare, che alla fine entra a far parte dell’opera, come fosse una partitura non scritta, un elemento soprasegmentale che non cambia il significato, ma gli dona una profondità diversa.

La pazzia umana è una ricchezza, senza dubbio. Né il più timido dei timidi, né il più estroverso degli estroversi hanno qualcosa da perdere ad essere come sono. Spesso ci troviamo a dover venire a patti con gli altri, a cambiarci un po’, perché “per stare insieme” bisogna limarci, zittirci, o migliorarci, ingrandirci. Nudi non andiamo bene, dobbiamo vestirci di quello che ci sta intorno. Il folle, sin dalle favole che ci raccontano da bambini, è il nudo, il fuori dagli schemi, che, però, guardampo’, vede gli altri più chiaramente.

Gould oggi mi ha fatto riscoprire che nudi andiamo bene comunque.

E quegli ultimi sette minuti sono infiniti. Una passione, un ultimo vezzo di follia.

dough

c’è una morbidezza che ti tieni dentro per certe persone, un mondo piccolo che c’è e che accoglie quella persona, come la pasta di pane, calda, morbida, che quando ci metti il dito dentro si piega, accoglie senza remore, senza paura, lasciando pezzetti a quel dito che un po’ la infrange, un po’ la tenta, un po’ la smuove ed un po’ la intacca.

allo stesso tempo però non si può lamentare l’impasto, perché è la sua natura essere così, ed allora non puoi far altro che accogliere la morbidezza che ti porti dietro, come una enorme fonte di ricchezza.

fragilità fatte di piccoli impasti scoperti, lacrime che poi, in fondo ti scaldano e ti fanno capire che non c’è valore nelle cose che non hanno senso, mentre tutto il valore lo accolgono le cose che ti distruggono, che ti rendono vulnerabile, che ti fanno piccolo in confronto al mondo, che ti fanno capire che il domani esiste nell’ottica di un oggi vissuto e passato, nel sentire che le persone ti restano dentro finché e quando tu lo vuoi.

che poi ‘sta cosa della perdita è una grande inculata. perché tanto le persone le perdi sempre e comunque, e quindi è tanto meglio tenersele dentro per non perderle.

la dolcezza che mi porto dentro è riservata alle persone che mi hanno toccato profondamente, a quelle che mi hanno fatto cambiare, a quelle che nonostante tutto il dolore che mi hanno provocato -senza volerlo, senza saperlo, senza riuscire ad evitarlo- mi hanno amato, e fatto parte della mia vita in maniera indescrivibile.

sono quelle le persone per le quali verso lacrime di sangue dolci come miele.

sickness

Certo che quando stai non proprio benissimo fisicamente il mondo acquista un nuovo (dis)ordine.

Ho mal di gola. Sorvolerei sui motivi che mi hanno portato ad averlo e vi consiglierei solo di coprirvi la gola ed il petto mentre scendete in bicicletta a 50 km/h da un maledetto colle pescarese che vi ha fatto vedere la Madonna mentre lo salivate.

Quando ho mal di gola faccio più o meno sempre le stesse, collaudate, familiari cure: propoli, miele, sciroppo/intruglio di mamma con mela renetta e frutta varia e sciarpe smisurate. Sì, lo so, dicono che le sciarpe non vanno portate, ma a me piacciono.

La cosa brutta è che mi prende talmente tanto male il fatto di parlare con difficoltà, che allora mi trovo a ragionare sull’inutilità della comunicazione verbale. Ci siamo tutti troppo abituati: telefono, prendiamoci un caffè, sentiamoci su skype, whatsappiamoci, mandiamoci le mail, i messaggi su fb e compagnia bella. Però cheppalle. Io a malapena mi sopporto da sola, figuriamoci se ho voglia di parlare col resto del mondo.

Sì, che poi vabbeh, sto scrivendo un post sul mio blog, quindi è tutto un po’ ossimorico. Perdonatemi lo sfogo.

habits

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Sembra quasi che io non riesca più a pensare.

Seguire fili logici mi pare un grande sforzo,  tenere i pensieri a bada, un’azione quasi impossibile.

Cerco di ricordarmi di quando ero una studentessa modello, e studiavo 8 ore al giorno, con una attenzione quasi costante ed una resa altissima. A volte attribuisco il calo di attenzione all’avanzamento di età, insomma, non ho più 18-pochissimi-decisamente-pochissimi-anni, però è vero che non ne ho nemmeno 80. Quindi poi mi giro nei pensieri e cerco di rispondere a domande più semplici, tipo: “cosa facevo quando avevo quella soglia così alta di attenzione? e cosa NON facevo?”
A quel punto la risposta è talmente chiara che quasi mi vergogno a non averci pensato prima e a non volerlo ammettere ora.

Prima non ero attaccata al pc 10 ore al giorno. Studiavo sui libri, e non esisteva Facebook, Twitter, Whatsapp, Viber e le serie in streaming. Prima, se uscivo, uscivo il sabato ed il venerdì, e quando avevo tempo libero mi mettevo con calma a leggere un libro, senza trascinarmi titoli su titoli per mesi e mesi, disegnavo, mi lanciavo in progetti utopici di costruzione, cucivo, ricamavo, staccavo la spina. Prima quando aprivo internet era per controllare la posta elettronica, che era un po’ come scendere le scale per andare a controllare la cassetta della posta cartacea, prendeva 5 minuti, e se la casella era vuota, tanto meglio. Prima aprire un browser aveva un fine, e non era un mezzo. Prima non ero schiava del divertimento, me lo creavo. Prima non ero dipendente dalle notifiche, e quando mi arrivava un sms mi capitava di non leggerlo per ore, e nessuno si offendeva se prendevo il mio tempo per rispondere. Perché ragionare era ammesso.

Era ammesso prendersi del tempo per sé, senza dover render conto agli altri (e per questo vi rimando a zerocalcare, che ha spiegato quello che sento in maniera semplicemente fantastica).

Adesso non starò qui a far l’elogio della cultura anni ’90, del citofono e dello squilletto, perché  – siamo sinceri- ci stava sul cazzo pure quello, e anche perché se non fossimo nell’era di Facebook&Co. non conoscerei un mare di persone fantastiche (leggi #salvaiciclisti ). Voglio solo dire che non mi va più di vivere in un mondo così: virtuale, debole, invadente.

Adesso, scusatemi, vado, che m’è arrivata ‘na notifica.